Articoli · Gravidanza e nutrizione
Tra le future mamme che si scambiano consigli online circola da tempo un rimedio molto specifico: mangiare sei datteri al giorno nelle ultime settimane di gravidanza per «preparare» il corpo al parto e accorciare il travaglio. Sembra uno di quei consigli della nonna finiti online, ma questa volta la ricerca scientifica ha davvero qualcosa da dire — con dei distinguo importanti.
Il consiglio che circola tra le future mamme
Il formato è sempre lo stesso: contenitori pieni di datteri Medjoul, un conto alla rovescia delle settimane rimaste e la promessa di un travaglio più breve e con meno bisogno di induzione farmacologica. Il consiglio non è nato online: affonda le radici in tradizioni alimentari mediorientali e nordafricane, dove il consumo di datteri in gravidanza è pratica comune da generazioni. Quello che è nuovo è la sua diffusione capillare tra donne che non hanno alcun legame culturale con questa abitudine, spesso senza il contesto clinico che dovrebbe accompagnarla.
A differenza di molti trend alimentari virali, qui esiste una base di studi clinici reali, alcuni condotti proprio per verificare questa pratica tradizionale. Vale quindi la pena guardare cosa dicono davvero, senza né liquidarli come pseudoscienza né trasformarli in una promessa assoluta.
Cosa dice davvero la letteratura scientifica
Lo studio più citato è quello di Al-Kuran e colleghi, condotto in Giordania su 114 donne al termine della gravidanza: 69 che avevano consumato sei datteri al giorno per quattro settimane prima della data presunta del parto, contro 45 che non ne avevano consumati. Le donne del gruppo «datteri» sono arrivate in ospedale con una dilatazione cervicale media significativamente maggiore (3,52 cm contro 2,02 cm), una percentuale più alta di membrane ancora intatte e un tasso di travaglio spontaneo del 96% contro il 79% del gruppo di controllo, con un uso di ossitocina o prostaglandine per l'induzione decisamente inferiore (secondo PubMed, Al-Kuran O et al., Journal of Obstetrics and Gynaecology, 2011, doi.org/10.3109/01443615.2010.522267).
Un trial randomizzato più recente, condotto in Malesia su 154 donne alla prima gravidanza, ha in parte confermato questi risultati: chi consumava datteri aveva un bisogno significativamente minore di augmentation del travaglio (cioè di farmaci per accelerarlo una volta iniziato). Ma qui arriva il primo distinguo importante — lo studio non ha trovato alcuna differenza significativa nell'insorgenza spontanea del travaglio tra i due gruppi (secondo PubMed, Razali N et al., Journal of Obstetrics and Gynaecology, 2017, doi.org/10.1080/01443615.2017.1283304). In altre parole: i datteri non sembrano «far partire» il travaglio prima, ma potrebbero rendere il travaglio, una volta iniziato, meno bisognoso di intervento farmacologico.
Una meta-analisi che ha messo insieme quattro studi disponibili conferma questo quadro con numeri concreti: dilatazione cervicale mediamente superiore di 1,1 cm, rischio relativo di necessitare induzione o augmentation ridotto del 40% circa, fase latente del travaglio più corta di circa 4 ore e mezza. Gli stessi autori, però, sono molto chiari su un punto: la qualità complessiva degli studi inclusi è debole, per un rischio elevato di bias — nessuno degli studi era in doppio cieco (impossibile, visto che si tratta di mangiare o meno un alimento), i campioni sono piccoli e alcune donne potrebbero essersi auto-selezionate nel gruppo «datteri» per motivi culturali o di aspettativa (secondo PubMed, Sagi-Dain L & Sagi S, Explore, 2020, doi.org/10.1016/j.explore.2020.05.014).
Uno studio più recente condotto a Sarajevo su 120 donne, metà consumatrici di datteri e metà no, ha osservato una fase latente più breve e un parto mediamente 8,5 ore più rapido nel gruppo «datteri» rispetto alle circa 15 ore del gruppo di controllo, con un uso di ossitocina quasi dimezzato. Gli autori propongono anche un meccanismo biologico plausibile: gli acidi grassi saturi e insaturi contenuti nei datteri stimolerebbero la produzione di prostaglandine, le stesse molecole che l'organismo usa per far maturare la cervice e avviare le contrazioni uterine; i datteri sono inoltre naturalmente ricchi di acido folico, vitamina K, ferro, potassio e magnesio (secondo PubMed, El-Ardat MA et al., Medical Archives, 2025, doi.org/10.5455/medarh.2025.79.56-60).
Perché questo meccanismo avrebbe senso (in teoria)
Vale la pena capire perché l'ipotesi biologica è plausibile, al netto dei risultati clinici ancora incerti. Il travaglio non è un evento improvviso: è il risultato di una cascata ormonale in cui le prostaglandine «ammorbidiscono» e dilatano il collo dell'utero, mentre l'ossitocina coordina le contrazioni. Alcuni composti presenti nei datteri sembrerebbero legarsi a recettori dell'ossitocina o favorire la sintesi di prostaglandine, un po' come fa il gel di prostaglandine usato in ospedale per l'induzione — ma con concentrazioni ovviamente incomparabili e un effetto, se c'è, molto più graduale e legato a settimane di assunzione continuativa, non a un consumo estemporaneo negli ultimi giorni.
Cosa portare a casa
Nel complesso, i datteri nelle ultime settimane di gravidanza sembrano un'abitudine alimentare a basso rischio, con qualche segnale scientifico incoraggiante soprattutto sulla riduzione del bisogno di induzione o augmentation farmacologica del travaglio — non sulla certezza di anticipare il parto o di renderlo più breve in ogni caso. La qualità degli studi disponibili resta modesta: campioni piccoli, impossibilità di un vero doppio cieco, e risultati non sempre coerenti tra uno studio e l'altro, come dimostra il caso della mancata differenza sull'insorgenza spontanea del travaglio nello studio malese. Non è un'alternativa a un percorso ostetrico seguito da professionisti, né un motivo per modificare piani di parto concordati con il proprio ginecologo, ma può essere un'aggiunta ragionevole alla dieta delle ultime settimane, tenendo conto anche dell'apporto calorico e glicemico dei datteri per chi ha o rischia un diabete gestazionale.
Se siete in gravidanza e volete capire come impostare l'alimentazione delle ultime settimane in modo personalizzato — tenendo conto di eventuale diabete gestazionale, fabbisogno energetico e obiettivi specifici legati al parto — il modo migliore è costruire un percorso su misura insieme a chi conosce la vostra storia clinica. Ne parliamo volentieri in studio.
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Fonti
- Al-Kuran O, Al-Mehaisen L, Bawadi H, Beitawi S, Amarin Z. «The effect of late pregnancy consumption of date fruit on labour and delivery». Journal of Obstetrics and Gynaecology, 31(1), 29-31, 2011. doi.org/10.3109/01443615.2010.522267
- Razali N, Mohd Nahwari SH, Sulaiman S, Hassan J. «Date fruit consumption at term: Effect on length of gestation, labour and delivery». Journal of Obstetrics and Gynaecology, 37(5), 595-600, 2017 (studio randomizzato controllato). doi.org/10.1080/01443615.2017.1283304
- Sagi-Dain L, Sagi S. «The effect of late pregnancy date fruit consumption on delivery progress — A meta-analysis». Explore, 17(6), 569-573, 2020. doi.org/10.1016/j.explore.2020.05.014
- El-Ardat MA, Obradovic Z, Saldo D, Velagic M, Omeragic A, Galijasevic N. «The Effects of Date Consumption on Labor and Vaginal Birth». Medical Archives, 79(1), 56-60, 2025. doi.org/10.5455/medarh.2025.79.56-60
Fonti reperite e verificate tramite PubMed. Questo articolo ha finalità divulgativa e non sostituisce una consulenza nutrizionale o ostetrica personalizzata.