Articoli · Integrazione alimentare
Le giornate si accorciano e online torna puntuale il consiglio di stagione: «da ottobre a marzo tutti devono prendere la vitamina D». Gocce, capsule settimanali, fiale mensili, spesso senza un esame del sangue e senza sapere perché. Quest'anno però c'è una novità che riguarda proprio chi vive al Nord: un nuovo studio condotto a Verona su persone che non assumevano integratori ha misurato quanto cala davvero la vitamina D tra estate e inverno. I risultati sono meno allarmanti di quanto si legge in giro, ma con un'eccezione importante.
Una vitamina che in realtà produciamo noi
La vitamina D è un caso particolare: a differenza delle altre vitamine, la ricaviamo soprattutto dalla pelle e non dal piatto. Nella cute è presente una molecola derivata dal colesterolo, il 7-deidrocolesterolo. Quando i raggi ultravioletti di tipo B (UVB) la colpiscono, la trasformano in previtamina D3, che con il calore corporeo diventa vitamina D3. Da qui inizia un percorso in due tappe: il fegato la converte in 25-idrossivitamina D, la forma di deposito che si misura con l'esame del sangue, e il rene la attiva in calcitriolo, il vero ormone che regola l'assorbimento del calcio dall'intestino e la salute dell'osso.
Gli alimenti contribuiscono meno di quanto si pensi: pesci grassi come salmone, sgombro e sardine, uova e pochi altri cibi. Per la maggior parte delle persone la fonte principale resta il sole.
Esiste davvero un «inverno della vitamina D»
Su questo il consiglio ha una base solida. Un classico esperimento degli anni Ottanta ha esposto al sole campioni di pelle e di 7-deidrocolesterolo in diverse città. A Boston, a circa 42 gradi di latitudine nord, da novembre a febbraio la luce solare non produceva previtamina D3 nemmeno nelle giornate serene; a Edmonton, a 52 gradi nord, questo periodo improduttivo si allungava da ottobre a marzo (Webb et al., 1988). Il motivo è fisico: d'inverno il sole è basso sull'orizzonte e gli UVB, che attraversano uno strato d'atmosfera più spesso, vengono in gran parte assorbiti prima di arrivare a terra.
La Lombardia si trova a circa 45-46 gradi nord, a metà strada tra le due città: è ragionevole aspettarsi alcuni mesi invernali in cui il sole contribuisce poco o nulla. La vera domanda però è un'altra: questo basta per dire che tutti vanno integrati?
La notizia: cosa è emerso a Verona
Lo studio pubblicato a maggio su Nutrients ha analizzato 534 donatori di sangue tra i 18 e i 65 anni, residenti in un'area urbana del Nord Italia con alto inquinamento atmosferico e senza integratori di vitamina D. I livelli nel sangue seguivano l'andamento delle stagioni, come previsto. Ma tra le persone sane e normopeso l'insufficienza (valori sotto i 50 nanomoli per litro, cioè 20 nanogrammi per millilitro) era poco frequente e limitata a uno o due mesi all'anno. Il quadro cambiava in sovrappeso e obesità, che riducevano in modo significativo la probabilità di mantenere livelli adeguati per diversi mesi (Bertoldo et al., 2026).
Gli autori stessi sottolineano i limiti: campione piccolo, donatori di sangue (quindi persone mediamente in buona salute), dati raccolti tra il 2016 e il 2018. Le loro conclusioni sono comunque in linea con le raccomandazioni della società scientifica italiana di riferimento per le malattie dell'osso (SIOMMMS), che sconsiglia sia il dosaggio indiscriminato della vitamina D sia l'integrazione di routine negli adulti sani e normopeso sotto i 70 anni.
Un secondo studio italiano del 2026, su oltre 1400 persone sopra i 50 anni seguite in centri per l'osteoporosi, ha individuato i fattori che si associano a una carenza vera (sotto i 20 nanogrammi per millilitro): indice di massa corporea più alto, residenza al Nord, poca esposizione al sole d'estate, uso di creme solari, malattie cardiovascolari, terapia con cortisonici e assenza di integrazione (Nuti et al., 2026).
E i benefici promessi oltre le ossa?
Online la vitamina D viene spesso presentata come uno scudo contro tumori, infarti e malanni di stagione. Il più grande studio randomizzato sul tema, VITAL, ha seguito quasi 26.000 adulti statunitensi sopra i 50 anni per poco più di cinque anni: 2000 unità internazionali al giorno non hanno ridotto né l'incidenza di tumori né quella di eventi cardiovascolari maggiori rispetto al placebo (Manson et al., 2019). Va ricordato che i partecipanti erano adulti della popolazione generale, non persone selezionate perché carenti.
Sulle infezioni respiratorie il quadro è più sfumato. Una meta-analisi di 46 studi randomizzati con oltre 75.000 partecipanti ha trovato una riduzione del rischio statisticamente significativa ma piccola; l'effetto protettivo era più evidente con dosi giornaliere moderate, tra 400 e 1000 unità, piuttosto che con le grandi dosi settimanali o mensili (Jolliffe et al., 2021). Non è quindi una barriera contro raffreddore e influenza, ma un possibile piccolo aiuto in chi ne ha bisogno.
Quindi, chi dovrebbe pensarci?
Il messaggio onesto è che l'integrazione ha senso soprattutto in chi ha un rischio reale di carenza: persone sopra i 70 anni, chi è in sovrappeso o in obesità, chi passa l'estate quasi sempre al chiuso o ben coperto, chi assume cortisonici o ha patologie che interferiscono con l'assorbimento, oltre alle situazioni già valutate dal medico come osteoporosi, gravidanza e allattamento. Per un adulto sano e normopeso che d'estate si muove all'aperto, la vitamina D accumulata nei mesi di sole sembra coprire buona parte dell'inverno.
Un'ultima avvertenza: essendo liposolubile, la vitamina D si accumula nell'organismo e le dosi molto alte assunte per lunghi periodi senza controllo non sono innocue. Prima di iniziare è meglio valutare con il proprio medico se serve un esame e quale dose è adatta. Se vuoi impostare un'alimentazione che valorizzi anche le fonti alimentari di vitamina D, possiamo parlarne in studio.
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Fonti
- Webb AR, Kline L, Holick MF. «Influence of season and latitude on the cutaneous synthesis of vitamin D3: exposure to winter sunlight in Boston and Edmonton will not promote vitamin D3 synthesis in human skin». Journal of Clinical Endocrinology and Metabolism, 67(2), 373-378, 1988. doi.org/10.1210/jcem-67-2-373
- Bertoldo F, Bortolus R, Filippini F, et al. «Update on Vitamin D Status and Seasonal Variation in a Non-Supplemented Population Living in a High Polluted Urban Area: A Cross-Sectional Study». Nutrients, 18(10), 1614, 2026. doi.org/10.3390/nu18101614
- Nuti R, Gennari L, Frediani B, et al. «Development and Internal Validation of a Clinical Risk Score for Hypovitaminosis D in Italian Adults Aged ≥50 Years Attending Osteoporosis and Metabolic Bone Disease Centers». Nutrients, 18(17), 2805, 2026. doi.org/10.3390/nu18172805
- Manson JE, Cook NR, Lee IM, et al. «Vitamin D Supplements and Prevention of Cancer and Cardiovascular Disease». New England Journal of Medicine, 380(1), 33-44, 2019. doi.org/10.1056/NEJMoa1809944
- Jolliffe DA, Camargo CA, Sluyter JD, et al. «Vitamin D supplementation to prevent acute respiratory infections: a systematic review and meta-analysis of aggregate data from randomised controlled trials». Lancet Diabetes & Endocrinology, 9(5), 276-292, 2021. doi.org/10.1016/S2213-8587(21)00051-6
Fonti reperite e verificate tramite PubMed. Questo articolo ha finalità divulgativa e non sostituisce una consulenza medica o nutrizionale personalizzata.